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Dejame entrar en...

...Kizomba !

L'esperienza del musicista e del

ballerino messe a confronto

(Doppia intervista a Francesco Ruoppolo

e Luca De Marino (Kalù))

     A cura di Dino Frallicciardi

     Ottobre 2022. Tutti i diritti riservati.

 

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D i seguito la sintesi testuale della trasmissione avvenuta sul canale del salotto culturale, musicale, virtuale QueRicoSonido. In questo incontro dal Titolo “Dejame entrar en… Kizomba” abbiamo realizzato una doppia intervista con l’obiettivo di mettere a confronto le esperienze dirette di un professionista musicista e di un professionista ballerino in ambito Kizomba, vissute, dunque, da due diverse prospettive.

Chi segue già il canale QueRicoSonido sa bene che si vuole trattare la musica caraibica osservata anche e soprattutto tenendo conto del punto di vista della musica «suonata» dei musicisti e dell’orchestra.

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QRS: Benvenuti ai nostri ospiti! Francesco Ruoppolo (cantautore e compositore) (*) autore del brano Kizomba “Dejame entrar” presente nel suo album “Profumo di Colori” (Hydra Music, 2020), canzone che tra l’altro ha ispirato il titolo di questo incontro. Benvenuto Francesco!

Ruoppolo: grazie.

QRS: Luca De Marino (in arte Kalù) (**): ballerino, coreografo, maestro di salsa cubana, bachata dominicana e fusion e di kizomba urbana. Potrei dire, senza temere di essere smentito, che negli anni ‘80-‘90, Kalù è stato tra i primi a proporre la salsa cubana nei nostri locali all’ombra del vesuvio… Benvenuto Kalù!

Kalù:grazie.

QRS: La kizomba è un genere musicale ed una danza che pur essendo molto apprezzata dai ballerini caraibici, non è nata propriamente nei caraibi ma si è formata tra gli anni ’70 ed ’80 in Angola. Quindi Africa! Nasce principalmente dalle feste popolari luandesi (capitale dell’Angola) nelle quali si ballavano antichi e tradizionali ritmi come Semba e Rebita. Il Semba per molti viene considerato progenitore del Samba brasiliano. La contaminazione delle esperienze portate dagli immigrati angolani in Europa ma prevalentemente in Portogallo ed in Francia hanno permesso la sperimentazione di nuovi ritmi più graditi ad un pubblico più modernizzato. La sovrapposizione dei ritmi angolani tradizionali al Kilapanga ed allo Souk di estrazione francofona (nato nelle antille francesi, Martinica, Guadalupe) genera un nuovo gruppo di stili che complessivamente possiamo definire, sia per la sia per la comunità lusofona (portoghese) che per quella francofona all’insieme dei “Kizombas” e cioè Kizomba, Zouk e Colazouk. Il Colazuk (molto simile alla kizomba ma cantato in creolo capoverdiano), deriva invece dall’esperienza degli immigrati capoverdiani in Francia che mescolano lo Souk con la loro Coladeira.

Si inizia a parlare più specificamente di kizomba quando negli anni  ’80 in Portogallo, una vasta comunità angolana inizia ad apprezzare la musica del connazionale Eduardo Paim che gradualmente assunse l’aspetto e la definizione di “Kizomba”.

Grazie ai nostri ospiti per aver accettato l’invito!

Kalù: grazie a te! Ti ringrazio molto per aver ricordato, grossomodo, che il percorso della nostra carriera è iniziato molto tempo fa, negli anni ‘80-‘90 perché sia io che Francesco Ruoppolo (immagino) abbiamo fatto davvero la gavetta e siamo passati anche per l’esperienza di “animatori” di strutture turistico-culturali. Mi spiego meglio: essere venuti dal basso, aver fatto anche gli animatori non significa essere artisti di «serie B»; chiunque, a vario titolo e capacità, che sia in grado di esprimere una manifestazione artistica e di trasmettere una reale emozione all’ascoltatore è di fatto già un vero artista!

Ruoppolo: sono d’accordo! Anche io vengo da diverse esperienze maturate in tanti anni di impegni professionali di vario genere, compresa quella di animatore. Forse proprio in quelle occasioni ho recepito tante cose nuove che fino a quel momento, magari, mi mancavano. Io aggiungerei a quello che ha detto Kalù che se con la tua arte sei in grado di emozionare, innanzitutto te stesso, allora significa che sei sulla buona strada per diventare un vero artista.

QRS: Kalù, come hai conosciuto il mondo della Kizomba e come hai deciso di iniziare ad insegnarla ai ballerini?

Kalù: cercherò di essere breve. Nel corso di una delle edizioni dell’evento Salsitaly (del quale sono il Co-Direttore artistico e presentatore) di circa una quindicina di anni fa, ebbi la possibilità e la fortuna di conoscere due maestri famosissimi di Kizomba: l’angolano Fernando BumBum e Michela Vernati, una coppia, anche di fatto (sono sposati), di esperti che già da diversi anni insegnavano questo ballo angolano al pubblico. Io da insegnante di salsa e bachata mi ritrovai a «pestare i piedi» (ride) a Michela nel tentativo di capire come si ballasse questo “nuovo” stile. Inoltre mi affascinava tantissimo quel tipo di musica molto melodica e dolce (a differenza della salsa che per quanto la ami, spesso diventa assordante, soprattutto quando viaggio in macchina):scoprii che la Kizomba mi accompagnava e mi rilassava molto… Compresi dunque che mi piaceva molto e iniziai a provare anche il gusto di ballarla ed insegnarla. Il problema però di insegnare la kizomba consiste soprattutto nel studiarla bene per saperla proporre, senza millantare di saper ballare ed insegnare cose che non sono, di fatto, realmente quel ballo angolano ricco di contaminazioni che stiamo raccontando. Questo è un aspetto fondamentale.

QRS: ...come resta fondamentale che rappresenti uno strumento in più per proporre, oggi, un ballo che sia ancora una volta di coppia ed inclusiva un pò come accade per gran parte dei ritmi caraibici.

Kalù: certo! Assolutamente. Anche se spesso viene recepito meglio dalle coppie che partono da zero piuttosto che da coppie abituate a ballare salsa che sono sempre avide di innumerevoli figure (che non troveranno nella Kizomba)…E’ un ballo meno spettacolare: sarà per questo che i DJ non passano Kizomba nei locali? Mah… Questo è un problema… Fortuna che oggi la musica angolana di contaminazione sta sbarcando almeno su TikTok… Io da salsero, ammetto per impararla bene ho dovuto fare «tabula rasa» del mio background latino (ride).

QRS: Francesco Ruoppolo, tu racconti di esserti innamorato di questo genere musicale al punto di ispirare una tua canzone. Raccontaci il tuo incontro.

Ruoppolo: certo. Io sono uno «sgangherato» (ride) ballerino di salsa portoricana prima e cubana poi… Diversi anni fa, alcuni amici ballerini mi invitarono a partecipare ad una lezione di Kizomba in un corso organizzato da Francesca Petrilli. In quell’occasione ho conosciuto Francesca che è poi diventata la voce che ha registrato con me “Dejame Entrar”. Mi ritrovai, durante la lezione di ballo ad ascoltare ed apprezzare una serie di brani bellissimi, di sonorità molto affascinanti al punto di innamorarmene… Erano basati su una timeline (termine che usiamo in etnomusicologia) che trasmetteva un sapore urbano contaminato da addolcimenti provenienti da altri stili musicali, compresi arrangiamenti elettronici dall’essenza umanizzata, non plastificata. Il giorno dopo, chitarra alla mano, iniziai a scrivere una canzone, immaginando una ragazza seduta davanti alle onde del mare. Il nome “Dejame entrar” l’ho copiato, giuro (ride), da un vecchio film dell’orrore nel quale il mostro per uccidere la sua vittima chiedeva il permesso di entrare… Dico sul serio (ride)… Scherzi (ed horror) a parte (ride) mi piaceva molto il concetto di questo mare d’amore che chiede il permesso ad un cuore di donna per entrare. La feci ascoltare a Francesca Petrilli che apprezzò molto ed insieme decidemmo di cantarla in spagnolo; anzi: è proprio la sua voce che apre il pezzo. Conoscere la kizomba è stato per tutti e due una magia.

QRS: ricordiamo appunto che questa “timeline” del ritmo Kizomba che citavi prima, in realtà è la “clave” di kizomba, un ritmo fondamentale, tipico e riconoscibilissimo che viene suonato su una percussione chiamata Katà (o Guagua). Ovviamente uno dei tanti strumenti di Mamma Africa! A chi si rivolge invece la proposta di “entrare nella kizomba” da parte di Kalù? Che differenza osservi (se l’hai notata) tra pubblico salsero e «kizombero»?

Kalù: sarò onesto. Il pubblico salsero, in realtà è spesso un pubblico mentalmente chiuso. Già la bachata ha incontrato molte resistenze, in passato, ad entrare nei locali: un tempo era quel breve momento per scambiarsi il numero di telefono (ride). Il rapporto nella lista del Dj era 6 salsa : 1 bachata. Oggi invece, dagli Avventura in poi, il rapporto si è quasi invertito! Anzi, spesso la salsa sembra quasi soppiantata! Non è una bella cosa, anche nel rispetto della salsa che è una cosa seria. La Kizomba sta incontrando le stesse difficoltà. Purtoppo locali e Dj seguono anche le necessità commerciali. Io quando insegno la Kizomba non disdegno di far ascoltare agli allievi, tutto quello che di Kizomba riesco ad apprezzare, compreso Manuel Citro, Raul, Ruoppolo! Speriamo che il movimento della kizomba, la sua cultura e la sua musica si espanga.

QRS: Francesco! È il momento di ascoltare la tua canzone “Dejame entrar”. A chi la dedichi?

Ruoppolo: a tutti quelli che sono ancora capaci di sognare. A chi vuole farsi ancora trasportare dalle onde del mare (della musica).

 

https://www.youtube.com/watch?v=dZWDJgdlr7c

 

QRS: splendida!

Ruoppolo: sia ben chiaro: il mio album non è un lavoro specifico di musica Kizomba ma un album di linguaggi musicali diversi (Pop, Jazz, Rock, elettronica); l’idea di inserire una canzone di musica angolana mi ha gratificato molto.

QRS: una domanda per Kalù: quali sono i tuoi programmi in tal senso per il futuro?

Kalù: mi trovo, in generale, in una fase di reimpostazione della mia vita essendo diventato padre da poco tempo. Non ho alcuna intenzione di «mettere da parte l’arte» che so fare. Dopo il Covid la macchina sta, per fortuna, ripartendo. Io penso che chi sente di essere artista dentro, lo sarà per sempre: proverò a continuare l’insegnamento della Kizomba e degli altri balli caraibici ma dobbiamo fare i conti con le resistenze che il pubblico ha sviluppato con il lockdown legato alla pandemia… E’ l’arte in generale che meriterebbe più attenzione e rispetto:basti pensare a quanto è stata importante la possibilità di accendere la radio ed ascoltare musica nei momenti più bui che abbiamo vissuto.

QRS: Ruoppolo: i tuoi progetti? Ancora Kizomba?

Ruoppolo: i progetti per il futuro? Continuare a mettersi sempre in discussione. Mi spiego. Quando terminai la formazione presso la scuola di Mogol (ma anche a seguito della formazione con Bigazzi, Cheope, Avogado)… resettai tutto! Presi tutto quello che avevo scritto fino a qual momento e lo buttai… (ride) Mi sono rimesso in discussione completamente. Da quel momento nacque una mia nuova canzone dal titolo “Lascia che sia un canto”. Dunque, dopo un pò di anni, chiesi la collaborazione a Gianluca Verrengia (musicista arrangiatore di Latina) per la registrazione di questo brano in versione salsa. Venne fuori un arrangiamento davvero bello. Continuerò a sperimentare la Kizomba ma a questo punto, in virtù del gusto per le contaminazioni… perché non scrivere una bachata ? (ride).

QRS: wow! La concorrenza ! (rido). Kalù… vogliamo dare qualche suggerimento agli ascoltatori che vogliono seguire la musica kizomba? Come vedi inoltre il futuro della Kizomba?

Kalù: guarda… è sconcertante che in tutto il mondo si ascolti Kizomba ma stranamente, soltanto in Italia, c’è un ritmo che prevarica gli altri. Vi racconto un aneddoto: diversi anni fa ho studiato Kizomba in Francia con uno dei più grandi interpreti del genere che si chiama Albir Rojas, panamense. Attenzione: un panamense che a Parigi mi insegnava una danza angolana !!! A Parigi andammo a ballare al Barrio Latino, un grande locale di 4 livelli in cui ai primi piani si balla Salsa e Bachata e nei piani superiori, Zouk e Kizomba! Quel locale rappresenta per me quello che in Italia dovrebbe essere il futuro. Se invece vogliamo continuare a restare «chiusi» di mentalità continueremo a passare le kizomba esclusivamente in preserata. Io continuerò ad insegnare kizomba a tutti quelli che lo vorranno e saranno loro stessi, magari, a chiedere la kizomba ai gestori ed ai Dj dei locali. Quello che ha fatto Francesco Ruoppolo infatti è importantissimo: bene ha fatto il Maestro a lasciarsi ispirare dalla novità musicale ed a scrivere una kizomba tutta italiana.

QRS: Maestri: un autore di kizomba o una canzone che vi è rimasta nel cuore?

Kalù: Non ho un autore ed una canzone in particolare anche perché ho sempre l’impressione che l’ultima arrivata sia sempre più bella delle precedenti. Tuttavia c’è un autore che mi piace molto ed è Nelson Freitas perchè è un artista legato alla tradizione angolana ma è aperto alle contaminazioni; un po’ come il mio modo di ballare. Questo non significa che non amo il genere “melodico” della kizomba infatti l’immagine delle «onde del mare» descritte in Dejame Entrar di Francesco Ruoppolo mi è piaciuta molto!

Ruoppolo: condivido completamente quello che dice Luca De Marino! E’ vero che spesso le canzoni nuove sembrano più belle ma forse in effetti lo sono. Le qualità produttive dei nuovi album migliorano con il tempo e dunque è auspicabile che le musica nuova sia sempre più di qualità ed accattivante. A me per il genere Zouk-Kizomba piace molto una cantante di nome Saaphy! E’ eccezionale! Quando l’ascolto mi trasmette la delicatezza e la morbidezza del suono e della melodia. Tra l’altro per il tipo di ballo è perfetta: il contatto, l’intimità… un po’ come succede nella bachata o nel tango quando si riesce a comunicare con l’altra persona nel ballo di coppia.

Kalù: permettimi però di dissentire da questa definizione se vogliamo descrivere correttamente, dal punto di vista tecnico, questo ballo. E’ spesso argomento di dibattito tra gli addetti ai lavori. Ho sempre fatto attenzione a rispettare i giusti confini tra i balli sudamericani e la Kizomba: sono due mondi completamente diversi dove nessuno dei due ha contaminato l’altro. Spesso si è parlato di “Tango africano” oppure di “Afrotango”: questi termini non esistono e mi hanno fatto morire dal ridere (ride).

QRS: beh, forse soltanto nei caraibi può avvenire questo incontro tra i due mondi per influenzarsi a vicenda…

Ruoppolo: come due persone che hanno qualcosa in comune ma non si sono mai conosciute… Comunque sono d’accordo con Kalù, io parlavo semplicemente di sensazioni oggettive.

Kalù: spesso mi capita di spiegare ai neofiti cosa sia il ballo kizomba. Le prime parole che utilizzo sono: «è molto simile al tango»… Ovviamente lo dico giusto per rendere l’idea ma mi guardo subito le spalle per assicurarmi che non ci sia nessun maestro di kizomba in giro pronto a rimproverarmi! (ride).

QRS: è stato davvero interessante mettere a confronto un Maestro musicista ed un Maestro ballerino. E’ stata una scelta azzeccata a mio avviso: sono venuti fuori spunti molto interessanti. Grazie Francesco Ruoppolo e Grazie Luca De Marino (Kalù) per aver partecipato a questa doppia intervista.

Ruoppolo e Kalù: … e grazie a Dino Frallicciardi nella veste di QueRicoSonido che consente agli appassionati del genere caraibico di potersi informare su un canale che dimostra che è possibile fare informazione anche per gioco!

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(*)Francesco Ruoppolo: cantautore e compositore in ambito pop (diplomato presso il CET di Mogol), ha al suo attivo un Cd in omaggio alla canzone classica napoletana, “Io, la mia chitarra e Napoli” e tre album da cantautore: “Carte Sparse”, “Gli Occhi Le Mani Il Sorriso” e “Profumo di colori” con Hydra Music). Laureato in “Musicologia e Beni Musicali” presso l’Università di Roma Tor Vergata e diplomato in MusicArterapia nella Globalità dei Linguaggi, metodo Stefania Guerra Lisi. Dal 2014 ha attivato i “FuoritempoStudios”: un avanzato studio di registrazione e produzione musicale, specializzandosi nella ripresa della voce. Dal 2009 collabora con Progetto Sonora come responsabile didattica e formazione musicale per l’infanzia; con l’ente organizza e conduce, dal 2015, concerti per bambini e famiglie.

 

(**)Luca De Marino (in arte Kalù): ballerino, coreografo, maestro di salsa cubana, bachata dominicana e fusion e di kizomba urbana; potrei definirlo un amante delle contaminazioni musicali e «peronali»… (questo perché De Marino è al contempo un artista ed un avvocato). Ha lavorato in televisione (Rai) ed in Radio: Radio Marte, Punto zero, Antenna 1. Ha presentato numerosi congressi internazionali: SalsItaly, Cubamania, Zeno Latin festival, StarLatinCongress nonché copresentatore del Concerto di Ligabue al Campovolo nel 2006 davanti a ben 220.000 persone! Kalù inoltre è un attore, interprete di numerose manifestazioni nei teatri napoletani.

 

A cura di Dino Frallicciardi per QueRicoSonido (spazio-web dedicato alla passione per la musica latinoamericana).

Tutti i diritti riservati.

Link per la videointervista su Youtube: 

https://www.youtube.com/watch?v=CU1S6Np7yjk&t=1332s

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www.quericosonido.wixsite.com/quericosonido.

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NELLE MANI, IL RITMO:

il groove latino

mai banale.

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A cura di Dino Frallicciardi

Giugno 2022. Tutti i diritti riservati.

 

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Un difetto comune a tanti ballerini latini è avere la pessima abitudine di divincolarsi (con qualche scusa) da inviti a feste in stile “nostrano”, nelle quali sostanzialmente non si prevede di ballare caraibico ma piuttosto musica dance, pop, revival 70/80, house, tecno… Purtroppo è così: anche io sono sempre pigro davanti a questi inviti. Se assapori la raffinatezza dei ritmi latini, tutto il resto comincia a sembrarti minimalista e noioso.

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Provate a ricordare quando è stata l’ultima volta che avete partecipato ad una di queste nostre feste <<occidentali>> (cerimonia al ristorante, discoteca, o lounge-bar) durante la quale si è ballato. In tale goliardica occasione, vi sarà di sicuro capitato, di battere le mani a tempo. Focalizzate adesso i vostri ricordi sul modo con il quale avete usato le mani, nel senso del “tipo” di ritmo espresso. Senza troppi tentativi, riuscirei subito ad indovinare: suppongo che le vostre mani abbiano sostenuto un ritmo semplice, scandito sul tempo 4/4…niente di più.

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Quando ero bambino, nel corso di un ricevimento celebrativo di famiglia, accadde che un ospite seduto tra i tavoli (era un percussionista), iniziò ad accompagnare con un cucchiaio ed una scodella di metallo il Samba che in quel momento il Dj stava diffondendo dalle casse. Quell’improvvisazione con oggetti di fortuna mi colpì subito per la evidente, insolita e gradevole complessità: sembrava una pennellata di colore nel bel mezzo del monocromatico battito di mani della massa…

Con il passare degli anni, documentandomi, ho imparato in qualche modo a dare qualche definizione a ciò al quale avevo assistito: le mani degli invitati alla cerimonia portavano un “ritmo” (4 “claps”), quello che invece abbozzava il percussionista (con il cucchiaio e la scodella) era “poliritmo”!

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Il mio amore per la cultura, le abitudini ed i costumi latinoamericani mi hanno consentito di scoprire, con stupore ed entusiasmo che se per noi occidentali la poliritmia può sembrare un concetto riservato ai musicisti, per le popolazioni latine invece, richiamare ritmi più articolati è una pratica quasi spontanea, ludica ed intimamente legata alla quotidianità: anche il gesto di accompagnare la musica con le mani, nelle occasioni di festa, non è mai banale come il nostro.

Quando camminavo per le vie delle città cubane, ammiravo il fatto che chiunque (dal bambino all’anziano) era in grado di divertirsi richiamando il ritmo della clave con palmi e dita. Come noto, la clave è la base fondamentale di vari ritmi caraibici, in primis del Son e della Salsa: deriva dalla vasta esperienza poliritmica tradizionale africana (vedi area Subsahariana) nella quale, oltre ai tamburi, figura l’uso della campana africana (un approfondimento su quest’ultima sarebbe lungo, complesso e poco attraente). Ci limitiamo a dire che quest’arte molto antica ha subìto notevoli modifiche nel corso dei secoli fino ad essere esportata nelle Americhe ed i pattens di interpretazione più utilizzati si strutturano su un tempo 12/8 (sostanzialmente 12 colpi distribuiti in 4 terzine su 4 movimenti): proprio la commutazione dei ruoli (muto o attivo) di ogni colpo di queste terzine (dipende dalle variabilità geografiche del continente africano) genera un’intera gamma di possibili combinazioni ottenibili (es. Bembe, Yoruba, Tambù, Soli, Diajaba ecc). Cuba, Portorico ed il Brasile, principalmente, hanno ereditato questa cultura e questi ritmi (molti adattati a 4/4) da oltre un secolo, vengono eseguiti dai cubani e portoricani con la clave (strumento percussivo) o anche semplicemente con le mani, ovunque, nelle forme più tipiche che oggi per convenzione definiamo come Clave di Son, Negra, Africana.

Per continuare a stupirsi al cospetto dell’uso musicale delle mani espresso nei contesti festosi latini ordinari, basta spostarsi anche più vicino, in Spagna, dove la cultura andalusa con il flamenco, considera il battito delle mani (“Palmas”) come un gesto quasi irrinunciabile per dare ritmo (“Compas”) ai ballerini. Anche in questo caso tuttavia, il clapping sorprende per la sua disinvolta-complessità che conta un ampissimo ventaglio di diversi stili, originari di varie, storiche, scuole gitane. Nascono inizialmente come ritmi binari e ternari (2/4, 6/8) sperimentati da antiche radici tradizionali delle civiltà greche, mediorientali, ebraiche, africane e mescolati durante il loro percorso storico verso la Spagna. Si tratta di un percorso determinato, in gran parte, dalla migrazione delle comunità zingare (esperte nell’arte di percuotere mani e piedi, in battere ed in levare). Nel tempo, questi pattens basilari hanno subìto forme di combinazione in sequenza, fino a diventare i più classici schemi in 12/8 che in base ai singoli e precisi movimenti sui quali cadono gli accenti più marcati, costituiscono tipici stili diversi: i cosiddetti “Palos”. Tra i Palos più noti possiamo ricordare quelli a 12 movimenti come: Soleà, Alegrìa, Bulerìa.

Concludo con un breve cenno ad una nuova “discilpina” di percussione del corpo che sta acquistando discreta attenzione nel mondo: è la “Body percussion” (invenzione attribuita allo statunitense Keith Terry) che coinvolge gli allievi nella interpretazione di brani noti, battendo varie zone del corpo (anche braccia, torace, gambe...), eseguendo movimenti ritmici simili ad una vera e propria danza. Questa attività comporterebbe (lo ha fa sicuro) benefici psico-fisici. Tuttavia alle iniziative di marketing preferisco le tradizioni più consolidate ma chissà, magari in futuro scriverò una recensione sul Body percussion.

Nel frattempo...prima di invitarmi ad una festa fatemi vedere come battete le mani: se non avete il latin groove, beh, no si tratta di una vera Fiesta !

  

 

A cura di Dino Frallicciardi per QueRicoSonido (spazio-web dedicato alla passione per la musica latinoamericana).

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www.quericosonido.wixsite.com/quericosonido.

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Ballare caraibico e poi innamorarsi della Musica d'eccellenza (andata e ritorno): esiste lo "Star-Gate latino"?

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A cura di Dino Frallicciardi

Aprile 2022. Tutti i diritti riservati.

 

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Ballare caraibico e poi innamorarsi della musica d’eccellenza (andata e ritorno): esiste lo “Star-Gate latino”?

Ne discutiamo con il Maestro Gabriel Oscar Rosati (intervista)

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I ritmi latinoamericani sono espressioni musicali destinate verosimilmente, in prevalenza, ai ballerini che in più delle volte non percepiscono sufficientemente l’esatta dimensione dell’elevata qualità musicale dei brani sui quali si esibiscono, in termini di estremizzazione del ritmo e di perfezionismo di interpretazione dei musicisti (che contemplano un vasto bagaglio jazzistico). Così accade che la Salsa, ad esempio, può rappresentare per gli amanti del genere, una opportunità, ovvero una sorta di porta girevole che possiamo metaforizzare come “Star-Gate” latino (prendendo in prestito una nota immagine cinematografica) che consente di mettere in comunicazione due galassie parallele, incredibilmente affascinanti: quella dell’espressione del corpo (ballo) con quella della sublimazione della melodia. Se mettiamo un attimo da parte esperienze poli-artistiche simili come ad esempio lo Swing, ritengo che tra tutti i generi dedicati al ballo, la Salsa (e la musica latinoamericana in sostanza) sia la candidata più forte per soddisfare contemporaneamente tre obiettivi: gratificare l’esperienza della danza; essere musica di alta qualità; avere una diffusione di massa sulla popolazione.

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Dunque il tema di questo incontro è: “Ballare caraibico e poi innamorarsi della musica d’eccellenza (andata e ritorno): esiste lo “Star-Gate latino””?

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Per analizzare la tesi in questione e trarne le più intriganti considerazioni sul tema, abbiamo ottenuto la gradita disponibilità di un ospite d’eccezione: ho avuto l’onore ed il piacere di intervistare il Maestro Gabriel Oscar Rosati. Stiamo parlando di un Musicista, Jazzista italiano (nato a Modena), ma di fama internazionale che vive in California e che nella sua carriera si è occupato anche e soprattutto di Musica AfroLatinoAmericana. Rosati è un trombettista, trombonista, vocalist, arrangiatore, compositore. Dal 1991 negli States ha vissuto, suonato, in studio ed in tour dagli U.S.A. al Centro America, tutto il Sud America, Giappone ed Europa. Medaglia di Bronzo al Global Music Award (arrangiatore e compositore BigBand 2018). Vincitore del Premio "Dean Martin" 2014 quale artista abruzzese distintosi a livello internazionale. Docente di Workshops sulla musica Afro-Cubana, Brasiliana, Jazz ed in genere musica "nera" in Universita’, College e Conservatori musicali. Si è esibito ed ha inciso con Santana, John Lee Hooker, San Francisco All Stars, Tito Puente jr, Jose’ Alberto “el Canario”, Mariachi Universal, Perez Prado All star, GreggAllman, Billy Preston, The Checkmates, Bob Mintzer, Malo, Os Originals do Samba e tantissimi altri. Nominato "BEST JAZZ" negli ORANGE COUNTY MUSIC AWARDS 2008 (California).In copertina sulla rivista americana "JAZZ PLAYER" con il proprio CD PLAY-ALONG (1999). Al suo attivo 16 libri pubblicati e 20 cd a proprio nome.

Di seguito l’estratto della doppia intervista che si è svolta prima, per vie brevi telematiche e di seguito (la discussione si era rivelata particolarmente ricca di spunti interessanti), nel corso di una videointervista della quale, in questo articolo viene allegato il link per poterla visionare.

Maestro, grazie innanzitutto per aver accettato il nostro invito.

 

Maestro Rosati, Lei ha dedicato buona parte della carriera artistica al genere Latin, calpestando numerosi palchi nel mondo ed in particolare negli Stati Uniti e nel Sudamerica. Che tipo di coinvolgimento del pubblico percepisce rispetto ai contenuti musicali che esprimete dal palco?

Il coinvolgimento del pubblico “americano” in generale (nord centro e sud) e’ sempre molto caloroso, diretto ed avvolgente. E’ una sensazione molto diversa rispetto al pubblico europeo o dell’Oriente. Ne ho parlato anche nel mio documentario (si trova nel mio canale youtube). Mi piace sempre raccontare un mio aneddoto di vita vissuta: nei primi anni che suonavo finalmente negli States mi e’ spesso capitato che senza neanche aver suonato una sola nota, ancora intento a montare e preparare i miei strumenti sul palco, venissero gia’ persone del pubblico a chiedere di comprare cd del gruppo??

Ci rendiamo conto? In altre zone geografiche bisogna almeno suonare un set per poi annunciare varie volte che ci sono cd in vendita per chi sia interessato.

 

Quando sapete di offrirvi ad un pubblico di ballerini, prestate maggiore attenzione agli aspetti degli arrangiamenti con dettagli che possono ispirare/esaltare la performance dei ballerini oppure si tratta di una attenzione che prescinde da questi aspetti?

Si presta molta attenzione alle necessità di chi balla, e’ ovvio, e questo avviene gia’ dagli anni 40 (l’epoca dello Swing). Oggi qualsiasi gruppo che suoni dal vivo con pubblico danzante deve adattare la velocita’ di un brano, la durata, le parti stesse (a volte estendere gli assoli, aumentare l’intensita’ con Mambo section), ripetere addirittura sezioni della canzone o inventare sul momento nuove aggiunte (la cosa più difficile per cantanti e musicisti esperti). Un brano può durare dai 5 ai 25 minuti… Esattamente il contrario di quello che pensano i “cattedratici bacchettoni”: suonare samba, salsa, mambo, cha-cha-cha’ tango per un pubblico danzante non e’ per nulla banale o facile. Specie nei paesi latino-americani!

 

Come vivono i popoli latinoamericani questo dualismo danza–musica? Sentono talora la necessità di fare un distinguo (come siamo soliti noi fare), oppure sono concetti intimamente collegati?

Nell’ “al di là dell’oceano” questo dualismo non esiste: qualsiasi persona che abbia un cuore ed orecchie dovrebbe sentire l’impellenza naturale di muoversi (come fanno i bambini). Si perde la magia quando intervengono tutti quegli “insegnamenti” ed “educazioni” al cosiddetto “buon comportamento”. E come dice una famosa canzone brasiliana “chi non balla o ha qualcosa che non va in testa o ha mal ai piedi”.

 

Mettendo un attimo da parte concerti nei quali suonate musica più squisitamente da “ascolto”, per quanto riguarda invece il mambo, salsa, chachacha, ecc, può assumere connotazioni troppo riduttive per la professionalità dei musicisti, definire uno spettacolo destinato <<al pubblico danzante>> oppure si tratta di una distinzione puramente occidentale?

E’ una distinzione puramente europea o forse prettamente italiana; (ove resiste una idea negativa del ballo, discoteche o persone che si sanno muovere al ritmo di musica) negli USA e’ molto comune trovare persone che inizino a ballare mentre si suona un blues o uno standard jazz di qualsiasi epoca. Bisogna superare questo pregiudizio che la musica latinoamericana sia banale: spesso è colpa di un certo mercato discografico e dei nostri luoghi comuni. E’ noto che molti grandi jazzisti americani che suonavano a NewYork (es. Charlie Parker, Howard McGhee, Dizzy Gillespie) non appena riuscivano ad allontanarsi dalle loro sale di registrazione, si recavano nelle orchestre latine più affermate (come ad esempio Machito, Tito Puente, Tito Rodriguez) per condividerne i contenuti tecnici e tematici. Uno dei mei maestri è stato un percussionista cubano, Narciso Montero. Con lui ho passato molto tempo in collaborazioni negli studi di registrazione e mi ripeteva spesso un importante consiglio: se i ballerini non sentono l’istinto di ballare ciò che noi componiamo ed incidiamo, allora significa che <<no tiene sabor…>> e dunque non è roba buona…

 

Alla fine di un concerto è stato mai contattato direttamente o indirettamente da persone del pubblico e followers per un feedback di approfondimento sui contenuti culturali o tecnici del repertorio proposto?

Si, molto, ricordo a Las Vegas nei primi anni ‘90 dove suonavo 7 sere a settimana c’erano spessissimo estimatori che mi avvicinavano parlando dei tempi di Harry James, Jaco Pastorius, Perez Prado, gente di tutte le eta’ che venivano da tutta America ovviamente. Appassionati estimatori con orecchio fino ed esperienze dirette, (non del sentito dire …).

 

Qual’è il concerto nel quale ricorda di essersi maggiormente emozionato per aver ricevuto più Lei una grande carica emozionale-energetica da parte del pubblico danzante che viceversa?

Ad essere sinceri ho vissuto molti di questi momenti “magici” (grazie a Dio). Nel 1997 ho suonato in un tour mondiale di musica brasiliana per celebrare la vittoria dei mondiali di calcio da parte del Brasile: eravamo in Giappone ad Osaka e lì ho suonato in un meraviglioso campo di calcio pieno di pubblico, di ballerini e soprattutto dei campioni e miti del calcio carioca che si trovavano proprio a pochi passi da me…

A Chicago, mi sembra fosse il 2006, al World Salsa Festival ho suonato con l’Orchestra di Johnny Polanco con Herman Olivera cantante ed una formazione con i migliori musicisti di Los Angeles, ballerini da tutto il mondo e come se non bastasse ho dovuto leggere tutto il repertorio a prima vista.

Ma anche anni dopo (1995) in tour in Giappone con uno show internazionale (Sergio Alberti & Latin Merengue) abbiamo fatto dei concerti da “goduria” con pubblico giapponese in sorprendente coinvolgimento.

Per non dimenticare qualche anno fa a Carapicuiba (Sao Paulo, Brasile) durante il Carnevale ho suonato in un mega evento durato ore “Samba e’ Serio” con cantanti, musicisti e tutto il pubblico a cantare e ballare!

Inoltre, le nottate di venerdi e sabato al “Chimpum Callao” di Tijuana (Messico) a suonare fino alle 3.20 am? Con mio figlio di 5 anni che mi sveglia la mattina alle 7????!!!

Insomma sarebbero troppi da citare.

 

Qual è invece il concerto che l’ha più soddisfatto/emozionato in assoluto nella sua carriera?

Di sicuro il concerto al Greek Theatre di Los Angeles (1994) con Santana!, un mega evento con le leggende del Latin Rock Malo, Tierra ed altri; avevo 27 anni e salire su un palco del genere con un pubblico di migliaia di persone, in America! A fine concerto abbiamo firmato autografi per piu’ di 3 ore! Quel giorno mi sentii un po’ come drogato. Era poco tempo che ero arrivato negli States e già stavo facendo esperienze incredibili.

 

Cosa si sentirebbe di dire nel provare a scattare una fotografia attuale della Salsa e della musica caraibica oggi nel mondo?

In un mare di musica commerciale e manipolata da dj e mega produttori senza scrupoli, e’ormai l’unica alternativa. La musica suonata con professionalita’, onesta’ e creativita’ sta diventando un miraggio. Il latino-america e’ l’unico bacino interessante e continuamente in “ebollizione”.

Lo stesso jazz ha perso ogni attrattiva, finiti i grandi nomi stanno rimanendo solo suonatori (copie sbiadite).

 

Dando un’occhiata alle scelte coraggiose (poco fa in realtà le abbiamo definite scelte oneste e professionali) di alcune orchestre cubane come Havana de Primera (tra l’altro Alexander Abreu, suo collega trombettista) o Alain Perez, oppure portoricane come Javier Fernandez che concedono tantissimo spazio alla cura degli arrangiamenti dei loro brani (a volte con attenzioni quasi ossessive) nonostante destinati alle discoteche latine, ritiene che queste scelte possano essere eccessive? Molti ballerini a volte lamentano introduzioni troppo lunghe e durate interminabili dei brani (7-8 minuti…). (Io direi: a questo servono i DJ… a prendere ciò che serve… o no?).

E’ una fortuna avere qualche giovane che si impegni a scrivere ed arrangiare musica nuova, se complessa o simil-jazzistica e’ fantastico secondo me. Ben vengano: di roba commerciale ce n’e’ gia’ cosi’ tanta no?

 

Ritiene che la curiosità dei ballerini verso la musica “d’elite” (Jazz, Bepop, Fusion, ecc.) sia una attitudine innata o molto dipende da fattori professionali e/o socio-culturali ?

Penso che con il progredire della qualita’ e dell’esperienza personale sia naturale espandere gli interessi ed approfondire le conoscenze. Un musicista, un cantante un ballerino non puo’ limitarsi a seguire lo stesso pattern per una vita intera. Lo dico davvero sinceramente: voi del Sud Italia siete molto predisposti rispetto a questa cultura: ho suonato diverse volte dalle vostre parti ed ho sempre notato un coinvolgimento eccezionale, molto simile a quello sudamericano…

 

Veniamo al Suo strumento: tromba-trombone. La musica caraibica non ne può proprio fare a meno vero? Sono strumenti fantastici. Poi lei li rende soprannaturali! Raggiunge gli acuti celesti … (rido)

Ahahah.. acuti celesti… non so.. In Italia gli acuti dei trombettisti non sono mai piaciuti, (specie ai miei stessi familiari); ognuno di noi prova sempre del suo meglio. Ho avuto anni di follia durante i quali studiavo e facevo solo l’acutista; per fortuna sono maturato ed ho apprezzato sempre piu’ il trombone, l’originalita’ e la composizione. Poi diciamo la verita’: di acutisti ormai ce ne sono tanti in giro, ma di improvvisatori, arrangiatori in gamba molti meno.

 

Che consigli sente di dare ai giovani che si avvicinano a questo strumento e soprattutto che consigli sente di dover dare a quelli che vorrebbero suonare nel mondo latin?

Qui saro’ molto schietto come sempre: consiglio di lasciar perdere gli studi accademici classici o perlomeno di non attardarsi con anni di Conservatorio inutili e boriosi. Se si vuole suonare musica “negra” o latina e’ bene andare nei posti giusti, se si vuol diventare cuochi o calciatori allora va bene l’Italia. A proposito…In Italia, ad ogni modo, ho un mio gruppo che si chiama Brazilatafro composto da tutti musicisti eccellenti, compreso il nostro mitico cantante: il cubano Willie Paco Aguero. E’ stato molto famoso in passato: violinista, cantante che ha suonato con Los VanVan, Anacaona…; vinse un disco d’oro a Cuba).

 

In conclusione: lei ci crede all’esistenza dello “Star-Gate Latino”? Promuoviamo la Salsa come transfert ideale, in quanto capace di raggiungere i tre obiettivi che ci siamo detti all’inizio: ballabilità, qualità/sofisticazione musicale, diffusione di massa sulla popolazione?

Si. Oggi 2022 penso sia l’unica strada. E non solo Salsa ma anche musica brasiliana, Tango e caraibica in generale. D’altronde, se proprio vogliamo ricordarlo: molti grandi stili (Jazz, Swing, Dixie, Charleston) sono nati, inizialmente, per essere offerti ai ballerini… Poi, per chi proprio, ancora, nutra dei dubbi, vada ad ascoltare la discografia dei classici, come ad esempio: Hector Lavoe, Ruben Blades… Purtroppo molta responsabilità va data alla influenza devastante di alcuni circuiti discografici che dominano su altri con offerte di poca qualità. Anche la situazione delle Radio dalle nostre parti è penosa: negli Stati Uniti accendi la radio e trovi una stazione per ogni genere: jazz, country, blues, classica… trovi tutto quello che desideri ascoltare; in questo senso, le Radio private potrebbero fare molto di più.

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Si ringrazia il Maestro Gabriel Oscar Rosati per la partecipazione (www.gabrielrosati.com)

 

A cura di Dino Frallicciardi per QueRicoSonido (spazio-web dedicato alla passione per la musica latinoamericana).

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